Prodromo giorno VI – 21 ottobre

Sougia – Agia Ekaterini

Oggi partenza lenta. E’ bello sapere che ci si puo’ concedere qualche ora di ritardo senza rimorsi. Ecco perche’ iniziamo a camminare alle 11, ecco perche’ tutta la tappa e’ “siga’ siga’ “. A Kustogerako pranziamo nella piazza del villaggio. Da una parte una fila di sedie con sedute delle donne in nero. Vanno, vengono, sono cinque o sei.  Dall’altra parte della piazza il Kafenion con gli uomini. Anziani anche loro.

Dovete sapere che Kustogerako e’ famosa per la guerra partigiana. I tedeschi stavano per fucilare alcune persone e un “andartes” (partigiano) ha sparato uccidendo qualche soldato. Ovviamente il villaggio e’ stato raso al suolo per rappresaglia. E ancora si vedono i segni. Ma si respira una bell’aria qui, il villaggio e’ circondato da ulivi centenari, le case sono povere ma ordinate, la gente sorride, le donne in nero scherzano con noi, il pensiero mi e’ venuto subito: perche’ non comprare una casetta proprio qui?

A 500 metri di quota, ma vicino al mare di Sougia. In campagna, con le pecore che camminano per le strade. Sono anni che ci penso, a una casetta a Creta, anche piccolissima, dove rifugiarmi quando in Abruzzo fa freddo. Ma per adesso non posso sperarlo. La vedrei con un piccolo giardino pieno di fiori, e se fosse piu’ grande ci farei anche un rifugio per gli escursionisti che salgono ai Monti Bianchi o che scendono da lassu’ verso il mare.

Ma torniamo con i piedi sulla terra rossa di Creta, e riprendiamo il cammino, dopo aver salutato tutti e aver ricevuto in regalo alcuni fichi da una donna.

Sopra il villaggio inizia la montagna. Dopo una serie di tornanti c’e’ una stalla, con tante pecore tutt’intorno.  Tra i cespugli c’e’ un agnellino, dev’essere nato da pche ore, ha ancora il cordone ombelicale, poverino e’ rimasto a cavalcioni di un ramo, un arbusto, ma lui penzola abbandonato con le  zampe nel vuoto. Sembra rassegnato, forse alla morte, forse solo all’attesa. Lauretta lo libera, e’ piccolissimo, lo rimette in piedi, cammina a fatica. Comincia finalmente a belare, speriamo tutti che la madre lo raggiunga, si sente una pecora belare piu’ forte delle altre da molto lontano, sara’ la madre?

Proseguiamo, poco dopo sopra di noi volano due aquile. Dopo un primo momento di ammirazione per il loro volo ecco la preoccupazione: e se le aquile vedono l’agnello solo, lontano dalla madre? Cosi’ piccolo lo solleverebbero in volo… Questo mi ricorda cosa dice Thich Nath Hanh: il canto di un uccello e’ per noi fonte di gioia, ma per un lombrico e’ fonte di terrore. Quello che in natura per alcuni e’ bello per altri e’ segno di possibile morte.

E questo agnellino appeso nel vuoto mi ricorda anche le foto che Stelios mi ha mostrato pochi giorni fa.  Durante un’escursione in una zona inaccessibile di Samaria, una delle camminate avventurose fuori sentiero che Stelios fa con amici, hanno trovato un agrimi (capra selvatica) appeso a un ramo per le corna, morto da qualche giorno. Se non avessi visto le foto non ci crederei. Succede che gli agrimi, come le capre, siano ghiotti delle foglie dei prinos (querce spinose) e le corna rimangano impigliate… la natura da’, la natura toglie.

La tappa di oggi finisce a quota 900, alla chieseta di Agia Ekaterini (Santa Caterina). E’ un bel posto, tra i pini, affacciato sulla valle sotto. E poi c’e’ un riparo per la notte, in caso di pioggia. Ci rilassiamo perche’ domani la tappa sara’ piu’ faticosa, accendiamo un fuoco, ci dedichiamo un po’ a noi stessi.

Alberto invece sembra scalpitare e dice: ” siamo nella situazione dei campi di concentramento. Fermi ni questo posto senza niente da fare, senza un obiettivo preciso”.

Quando pero’ poi sale la luna, piena e luminosa, tutti rimangono incantati e entrano nel magico cerchio del fuoco. Dormo sotto un pino, con la luna che durante la notte fa un lungo giro nel cielo, il silenzio tutto intorno, le luci dei paesi laggiu’.

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